La responsabilità civile con gli sci
Sommario: Ambito ed oggetto del contratto di utenza sciistico-turistico – Responsabilità per mancata esecuzione del servizio – I sinistri durante la fase di risalita – Responsabilità per i sinistri nella fase di discesa – La responsabilità dell’ausiliario – Onere della prova dell’utente della sciovia – La prova liberatoria del vettore.
La diffusione dello sci quale fenomeno di massa ed in particolare la diffusione più recente di alcune sue varianti hanno costretto gli operatori giuridici ad interrogarsi sulla disciplina giuridica applicabile a questi contratti del tempo libero. Le possibili ricostruzioni interpretative hanno avuto significative ripercussioni sulla natura della responsabilità da ascrivere al gestore degli impianti sciistici nel caso di sinistri che colpiscano l’utente. Pertanto la dottrina e la giurisprudenza hanno cercato di ricondurre il fenomeno di volta in volta nell’alveo del contratto di trasporto (più specificamente nella species dei trasporti a fune) o di appalto.
Ambito ed oggetto del contratto di utenza sciistico-turistico
La recente diffusione dello sci quale fenomeno turistico e sportivo di massa si è accompagnata nella prassi commerciale all’emersione di nuove figure contrattuali collegate, la cui delimitazione ad opera degli interpreti non è stata di facile soluzione. Infatti si è trattato di definire aspetti complessi che riguardano varie figure contrattuali della prassi commerciale inerenti l’attività di trasporto, l’organizzazione di viaggi ed escursioni, l’attività alberghiera.
La moderna organizzazione dell’attività sciistica non agonistica ha indotto gli interpreti a qualificare la risalita su mezzi a fune come ipotesi di contratto atipico riconducibile alla categoria dei contratti del tempo libero (Ciurnelli G., Ponticelli S., Zuddas G., 1994, I contratti del tempo libero, in Il contratto d’albergo, il contratto di viaggio, i contratti del tempo libero, Giuffrè, Milano) contratti conclusi per lo svolgimento di attività ricreative, per esempio per godere della veduta panoramica dalla vetta di una montagna fuori dalla stagione sciistica o, durante la stagione invernale, per raggiungere una stazione sciistica dalla quale poi ridiscendere con gli sci, lo snowboard, il gatto delle nevi.
In realtà il trasporto su fune si accompagna, nella recente prassi, alla fornitura di una serie di prestazioni accessorie di notevole importanza per le corretta fruizione delle piste da sci.
Secondo una prima opinione tra gestore del servizio ed utente si instaurerebbe un rapporto contrattuale principale avente ad oggetto il trasporto da valle a monte, mentre gli altri servizi offerti assurgerebbero a prestazioni adempiute a titolo di cortesia, o in esecuzione di autonomi rapporti contrattuali sorti anche in via di fatto (Bona m.– Ambrosio M., Risalita su sciovia e responsabilità del gestore dello skilift:contratto di trasporto o contratto atipico?, nota a Trib. Torino, 8.07.1999, in DResp., 2000, 296).
Per cui, il trasferimento da valle a monte costituirebbe solo un aspetto di un più ampio pacchetto di servizi messi a disposizione dell’utente.
Lo sciatore, con l’acquisto dello ski – pass, stipula un vero e proprio contratto con il gestore della stazione sciistica che si riferisce indubbiamente a tutti i servizi di cui lo stesso può usufruire durante la validità del pass. Secondo quanto emerge dalla prassi contrattuale più frequente, lo skipasscostituisce titolo obbligatorio per gli impianti di risalita, è strettamente personale e non può essere né scambiato, né ceduto, lo scambio e la cessione dello skipass costituiscono grave inadempimento che comporta la risoluzione del contratto ed il ritiro dello skipass. (Ruscica S., I trasporti a fune, in F. Morandi (a cura di), I nuovi contratti nella prassi civile e commerciale, vol. XVII, Trasporto, Utet, 2004).
La risalita su un impianto, sia esso skilift, seggiovia, ovovia, così come la discesa su pista, non sono altro che attività comprese nel negozio che si conclude con l’acquisto dello ski – pass. Nell’ambito dei servizi accessori rientrano gli obblighi di informazione (in tema di lesioni colpose, sussiste la responsabilità del gestore e del responsabile della sicurezza di un impianto sciistico per le lesioni riportate da uno sciatore che abbia praticato volontariamente il “fuori pista” in un passaggio altamente pericoloso se nel punto in cui era possibile abbandonare la pista battuta non era stato idoneamente segnalato tale pericolo. Fattispecie in cui sulla pista battuta non era segnalata la presenza, esternamente alla medesima, di un torrente occultato alla vista. (Cass. pen., sez. IV, 11.07.2007, n. 39619, CP 2007, 237835), che gravano sul gestore in relazione alle piste al momento fruibili, al loro livello di difficoltà, al loro affollamento (Bevilacqua G., Responsabilità per infortuni derivanti da difetti di apprestamento o manutenzione delle piste da sci, in RDSp, 1983, 527). Si ritiene che in capo al gestore possa configurarsi una responsabilità per false informazioni ex art. 2043 c. c. qualora le notizie relative all’agibilità della pista non corrispondano alla reale situazione, responsabilità giustificata dall’affidamento ingenerato nello sciatore sull’esattezza delle informazioni fornite da un soggetto qualificato (Spagnoli Catalano T., Responsabilità del gestore degli impianti, in DResp. 2000, 909).
Si può sempre invocare la tutela prevista dal d.lgs. 25.02.2000, n. 67, in tema di pubblicità ingannevole o, nel caso in cui queste prestazioni si inseriscano nell’alveo di un contratto di viaggio turistico, la tutela prevista dagli artt. 8 e 9 del d.lgs. 17.03.1995, n. 111, per far valere il diritto del consumatore ad una corretta informazione. Tuttavia l’art. 7, comma 1, lett. b, del d.lgs n. 185 del 1999, esclude per i “contratti del tempo libero” l’applicazione dell’art. 3 relativo alle informazioni cui ha diritto il consumatore, l’art. 4 per la conferma scritta delle informazioni ricevute, e l’art. 5 relativo al diritto di recesso entro dieci giorni dalla conclusione del contratto. Talvolta si è configurato il contratto di risalita sciistica come ipotesi di contratto di appalto, figura negoziale avente per oggetto il risultato di un facere che realizza il compimento di un’opera o di un servizio con autonomia di gestione e direzione tecnica (Chinè G., 1993, Il trasporto tramite seggiovia e responsabilità del gestore, in RDSp, 744).
Si è fatto leva sul fatto che l’oggetto della prestazione del gestore degli impianti è il compimento di un insieme di servizi (da effettuarsi anche con mezzi di trasporto), non già precisamente ed unicamente il trasferimento di persone da un luogo ad un altro (Silingardi, Riguzzi e Gragnoli, 1988, Responsabilità degli operatori turistici, in RGCT, 1988, 81).
Tuttavia il ricorso alla figura dell’appalto per giustificare una responsabilità contrattuale del vettore nella fase di discesa è contestato in quanto porterebbe a dilatare il concetto di causa contrattuale ricomprendendovi una fase, quella della discesa sul mezzo che l’utente ritenga più opportuno, che non è per niente tipica rispetto alla fase della salita che avviene sui mezzi e con l’organizzazione del vettore (Cavani R., 1992, Contratto di trasporto a fune e gestione di piste da sci: profili di responsabilità contrattuale ed aquiliana per danni da incidente sciatorio, in DT, 1992, 590).
Si pensi, ancora, alla predisposizione di punti di ristoro, servizi di primo soccorso, servizio di istruttori per principianti, rifugi, ski – bar, al servizio di traporto sci, di copertura assicurativa contro gli infortuni, alla predisposizione di piste per la discesa sicure e ben tenute, al fine di tutelare l’aspettativa dell’utente attratto dalla promozione della stazione sciistica negli abituali circuiti commerciali (soprattutto mediante Internet). Nel caso in cui il gestore non abbia tenuto fede a quanto promesso, l’utente potrebbe agire con l’ordinaria azione per inadempimento del contratto (atipico, forse riconducibile all’appalto) che si perfeziona con l’accettazione (mediante acquisto dello skipass) dell’offerta al pubblico del gestore, ed avente ad oggetto l’utilizzo delle piste per la discesa a valle. Secondo altra opinione non si tratterebbe di offerta al pubblico, ma di promessa al pubblico ex art. 1989 c. c. (Bevilacqua, op. cit, 1983, 534). Ma la soluzione da ultimo prospettata non convince per via dell’incompatibilità sussistente tra quello che sembra un rapporto a prestazioni corrispettive (quelle del gestore e quelle dell’utente) e la struttura unilaterale della promessa (Chinè, op. cit,. 573).
Si è sollecitato nelle sedi opportune un intervento legislativo che consenta di rendere più fruibili e sicure le piste alla luce dell’evoluzione recente degli sport invernali tenendo conto della diffusione tra gli appassionati di nuove discipline sportive quali lo snowboard, il carving, ed il funcarving, il fuori pista che con lo sci tradizionale hanno ben poco in comune (Carbone V., Il ciuffo d’erba sulla pista di Sestriere, in DResp. 2001, 378).
Per la penuria di neve il gestore consente l’uso della stessa pista a sciatori esperti che si lanciano in evoluzioni spericolate, sullo stesso spazio destinato agli amanti dello sci tradizionale, con prevedibili rischi per l’incolumità di tutti gli utenti.
Si è discusso della valenza temporale dello skipass, ai fini della responsabilità del gestore. Nella disciplina del trasporto terrestre la responsabilità del vettore ha inizio talvolta dal momento dell’emissione del biglietto di viaggio; quindi la presunzione di cui all’art. 1681 c. c., per chi ammette l’applicabilità della disciplina del trasporto di persone al contratto di risalita sciistica, si estenderebbe a qualsiasi sinistro subito dal passeggero prima della partenza purché dopo l’acquisto del biglietto.
Non tutti condividono questa opinione perché confonde la fase della conclusione e quella dell’esecuzione del contratto (Masala L., 1998, Trasporto per seggiovia e responsabilità del gestore dell’impianto, in Contr, 487). Infatti, questa soluzione è del tutto inadeguata nel caso dell’emissione dello skipass spesso acquistato con largo anticipo, perché esporrebbe il gestore ad una responsabilità, di fatto, ingiustamente prolungata (Chinè, op. cit. 1995, 565).
Si è imposta una soluzione più razionale per cui il vettore è responsabile nei limiti di quelle fasi preliminari ed accessorie alla partenza, il cui svolgimento è propedeutico al trasferimento con il mezzo meccanico (Cass. 13.01.1993, n. 356, RDSp, 1993, 741).
Alcuni autori hanno tuttavia cercato di contemperare l’esigenza solidaristica di garantire un risarcimento alle vittime di incidenti verificatisi in occasione di attività sciistica o nell’esecuzione di un contratto di risalita a fune, con l’esigenza di non penalizzare in misura eccessiva gli operatori turistici del settore ricorrendo alle facili tentazioni di porre sempre i costi di eventi lesivi a carico di chi può sostenerli secondo la logica del “paghi chi può” (deep pocket) (Cavani, op. cit., 582).
In questo caso sarebbe particolarmente calzante il richiamo alla teoria dell’analisi costi – benefici, in quanto la gestione degli impianti di risalita è, nella stragrande maggioranza dei casi, assunta da imprese che operano in forma collettiva, e per esse la predisposizione di tutte le cautele necessarie per prevenire danni all’utenza rappresenta un costo connesso all’attività che, se non debitamente affrontato, potrà comportare un costo ancor più elevato nel caso di condanna a risarcire il soggetto danneggiato, e rappresenta, quindi, una contropartita dello svolgimento dell’attività d’impresa che graverà nella sfera giuridica dell’imprenditore nella misura in cui garantirà i maggiori benefici (Chiné G., 1995, Con la neve alta così: sci, impianti di risalita e responsabilità civile, in RDSp, 557).
Responsabilità per mancata esecuzione del servizio
Nel caso di mancata esecuzione della prestazione il gestore risponde in base alla norma dell’art. 1218 c. c., tuttavia, nella più recente prassi commerciale si è fatto ricorso alla predisposizione di clausole d’esonero da responsabilità per i casi di mancato svolgimento del servizio per la non sciabilità di tutte le piste, escludendo la possibilità di qualunque rimborso del costo parziale o totale del biglietto nei casi d’impedimenti non dipendenti dalla volontà del gestore quali l’eccessiva ventosità, la sopravvenuta mancanza di neve, l’improvvisa insorgenza di un imprevedibile problema tecnico, la repentina e non annunciata sospensione dell’erogazione dell’energia elettrica, oppure per manifestazioni agonistiche, che determinano il fermo parziale degli impianti o la chiusura di una pista. E’ dubbia la liceità di simili previsioni contrattuali in base alla disciplina degli artt. 1469 bis e ss. c. c. Solo in caso di grave infortunio sciistico è possibile il parziale rimborso dello skipass bistagionale o plurigiornaliero sempre che sia del tipo nominativo o con foto. La richiesta di rimborso è valida solo se accompagnata dalla riconsegna dello skipass ed il rimborso avverrà solo su presentazione di un certificato redatto esclusivamente da un medico che eserciti stabilmente in zona o dall’ospedale o dall’ambulatorio ove è avvenuto il ricovero o il primo intervento. Dal certificato dovrà risultare chiaramente che il titolare dello skipass ha subito un infortunio sciistico che gli impedisce la prosecuzione dell’attività sciistica. Il calcolo del rimborso è fatto tenendo conto delle giornate godute, ognuna al costo della tariffa dello skipass giornaliero.
I sinistri durante la fase di risalita
La dottrina tradizionale non contesta la possibilità di qualificare il contratto di risalita come ipotesi di trasporto tipico, a prescindere dalla collaborazione richiesta all’utente e dal mezzo utilizzato, e ritiene, quindi, invocabile la responsabilità del vettore di cui all’art. 1681 c. c. per i danni subiti dal passeggero in occasione del trasporto. Circa la riconducibilità nell’alveo della disciplina dell’art. 1681 c. c. della responsabilità del vettore per la risalita dell’utente da valle a monte, non vi sono dubbi (Chiné G., op. cit., 558).
Non si può disconoscere che l’impresa titolare di un impianto di sciovia, si obbliga a trasportare da valle a monte lo sciatore (…) assumendosene il relativo rischio e rispondendo, in ragione di ciò, delle conseguenze di eventuali danni in caso di incidente (De Marco C., 1985, La responsabilità civile nel trasporto di persone e di cose, Giuffrè, Milano).
Nello stesso senso si è espressa parte della giurisprudenza secondo cui la risalita mediante sciovia configura un contratto di trasporto oneroso, a nulla rilevando la partecipazione attiva dell’utente, che non comporta un’attività ed autonomia tali da giustificare un diverso regime. Conseguentemente, qualora sia dimostrato il nesso di causalità tra il contratto e l’evento, il gestore dell’impianto di risalita che non abbia provato di aver adottato le misure idonee ad evitare il danno, è tenuto a risarcire i danni patiti dal trasportato in base all’art. 1681 c.c. (Trib. Torino 8.07.1999, in DResp, 2000, 291; Trib. Bolzano 22.05.1987, RCP, 1988, 487). Il momento iniziale in cui sorge la responsabilità del vettore è identificato con la presa di contatto del passeggero con il mezzo in movimento (il seggiolino od il piattello cui è legata la fune) mentre i suoi obblighi si esauriscono con il compimento da parte del trasportato di quei pochi passi necessari a neutralizzare la spinta impressa dal moto del mezzo (Cass. 13.1.1993, n. 356, GI, 1995, I, 1, 154; Cass. 27.10.1993, n. 10680, GC, 1994, I, 700; Cass. 23.5.97, n. 4607, RCP, 1998, 90).
L’opinione è pienamente condivisa dalla dottrina (Giudiceandrea S., op. cit. 1982, 305 ss.), per cui, nel caso di incidente occorso nella fase di salita da valle a monte per distacco dal mezzo a fune, il gestore dell’impianto per andare esente da responsabilità dovrà provare di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno, vale a dire dovrà dimostrare di aver adeguatamente battuto la pista di scorrimento, di aver adeguatamente segnalato pendenza e difficoltà del tratto, di aver posto alle stazioni di partenza e di arrivo personale diligente ed addestrato ad intervenire tempestivamente.
Le recenti pronunce giurisprudenziali hanno chiarito in che termini possa considerarsi adempiuto l’obbligo di sicurezza gravante sul vettore in base al disposto dell’art. 1681 c.c. In caso di danno alla persona subito da passeggero di seggiovia, il vettore, al fine di superare la presunzione di responsabilità che grava su di lui, ha l’onere di dimostrare di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno (Cass. 13.01.1993, n. 356, RDSp, 1993, 741).
Nel trasporto di persone in seggiovia il vettore si libera da responsabilità solo provando, ai sensi dell’art. 1681 c. c., di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. Tale responsabilità permane per tutta la durata del viaggio ed in occasione di esso, intendendosi tale durata estesa sino al momento in cui vengono meno gli effetti residui del moto impresso al trasportato dal mezzo usato e questi, ormai fermo a terra, non può più risentire dei medesimi (Cass. 13.01.1993, n. 356, GI, 1995, I, 1, 154).
Responsabilità per i sinistri nella fase di discesa
Per gli incidenti che si verificano nella fase di discesa, cioè quando il trasportato, dopo il compimento di quei pochi passi necessari a neutralizzare la spinta impressa dal moto del mezzo, proceda autonomamente sugli scii, sono state prospettate soluzioni differenti. Tutto dipende dal contenuto dell’obbligazione assunta dal gestore. Bisogna distinguere l’ipotesi in cui il gestore si sia esclusivamente obbligato a trasportare mediante il mezzo meccanico lo sciatore da un posto all’altro, dal caso in cui sia tenuto all’adempimento di una prestazione di più ampio contenuto comprensiva di ulteriori servizi.
L’accertamento della effettiva volontà dell’utente dovrà verificare se il trasporto sia stato concepito fine a se stesso (in tal caso il regime di responsabilità applicabile per la fase di risalita sarà quello dell’art. 1681 c.c.), oppure sia stato posto in essere in relazione alla successiva discesa. Nell’indagare lo scopo in concreto perseguito dalle parti (la causa in concreto del negozio giuridico) si dovranno considerare alcuni fattori quali la condizione delle piste, la stagione, la situazione metereologica (Silingardi, Riguzzi, Gragnoli, op. cit., 81).
Si è ritenuto che il contratto di risalita non possa di regola considerarsi fine a se stesso, ma sia funzionalizzato alla successiva discesa effettuata attraverso il mezzo prescelto dall’utente. Per cui è possibile estendere la responsabilità contrattuale del vettore – gestore anche a quegli incidenti verificatisi nella fase di discesa. Bisognerà poi chiarire se il vettore possa essere chiamato a rispondere in base alla norma dell’art. 1681 c. c., oppure possa configurarsi un suo inadempimento (ex art. 1176 c. c.) agli obblighi derivanti da un contratto di appalto, o di trasporto di persone atipico.
Per giustificare una responsabilità contrattuale del gestore anche per la successiva fase di discesa si è parlato di connessione teleologica tra impianto di risalita e piste di discesa, per cui non solo la fase di risalita rientrerebbe nel trasporto di persone, ma anche la successiva fase di discesa su pista (Tranquilli Leali R., Il contratto di trasporto a fune, in Dai tipi legali ai modelli sociali nella contrattualistica della navigazione, dei trasporti, del turismo, Giuffré, Milano 1996, 266) o di collegamento negoziale, tra il contratto di risalita e la fruizione di piste per la discesa ipotesi suffragata dall’identità soggettiva del vettore del trasporto nonché gestore della pista. Si è ipotizzato un rapporto di accessorietà tra il contratto di risalita e la fruizione di adeguate piste per la discesa (Silingardi G, Riguzzi M. e Gragnoli E., 1988, Responsabilità degli operatori turistici, in RGCT, 82). Appare, infatti, evidente che se l’ente gestore degli impianti di risalita fosse diverso da quello incaricato di gestire le piste di discesa, non avrebbe senso parlare di contratto unitario, salvo a voler ritenere che il primo si obblighi per un comportamento del secondo. Si verterebbe in questo caso in un ipotesi di promessa del fatto del terzo (Chiné G., op. cit., 578).
Nel caso in cui si consideri la fase di discesa come collegata al contratto di trasporto in tema di prescrizione dei diritti derivanti dal contratto troverà applicazione la norma dell’art. 2651 c. c., qualora invece si ritenga di poter considerare la fase della discesa come parte di un diverso contratto riconducibile all’appalto di servizi il termine prescrizionale è quello ordinario decennale.
Come è noto, la materia è stata recentemente interessata dall’intervento del legislatore statale, che, con la l. 24 dicembre 2003, n. 363, ha dettato “Norme in materia di sicurezza nella pratica degli sport invernali da discesa e da fondo”, sottolineando, in tal modo, l’accresciuta rilevanza dell’attività sciistica all’interno del nostro ordinamento; ciò, anche in considerazione del crescente contenzioso ad essa connesso, relativo, in massima parte, ai sinistri occorsi agli sciatori nella fase di risalita, ma anche, sempre più di frequentemente, agli incidenti di cui gli utenti siano vittima sulle piste, nella fase di discesa a valle.
Con riferimento a tali ultimi, in particolare, la giurisprudenza si mostra meno restia che in passato ad accogliere le istanze risarcitorie dei danneggiati, specie nel momento in cui il sinistro sia dipeso dalla carente manutenzione delle piste e/o dall’omessa segnalazione dei pericoli da parte del soggetto che di esse ne abbia la gestione.
La normativa statale, al fine di rendere l’esercizio degli sport invernali sempre più sicuro, ma anche in considerazione della necessità di favorire il sempre maggiore sviluppo dell’industria turistica ad essi collegata, ha individuato, con riferimento agli utenti, specifiche norme di comportamento da osservare nelle aree sciabili (Capo III, artt. da 8 a 19), e, con riferimento alle piste ed agli impianti, ha dettato apposite disposizioni (Capo II, artt. da 2 a 7) riguardanti la gestione di quelle che sono ora unitariamente definite “aree sciabili attrezzate”, ossia le “superfici innevate (…) aperte al pubblico e comprendenti piste, impianti di risalita e di innevamento”.
Riguardo a tale ultimo profilo, il legislatore ha affidato ad un unico soggetto la gestione tanto degli impianti di risalita quanto delle piste da discesa: ciò, in linea con le moderne modalità di gestione dei comprensori sciistici, l’amministrazione dei quali è sempre più spesso affidata a società per azioni, ma anche con quanto già previsto dalla legislazione di alcune regioni, ove il concessionario dell’impianto di risalita era preferito nella concessione dell’autorizzazione all’apprestamento di una pista da sci, ovvero addirittura veniva automaticamente autorizzato all’esercizio delle piste da discesa.
Al gestore sono quindi imposti specifici obblighi, volti ad assicurare la pratica delle attività sportive e ricreative in condizioni di sicurezza, quali, appunto: la messa in sicurezza delle piste in conformità con la normativa regionale (art. 3, comma 1), la cura della manutenzione ordinaria e straordinaria delle stesse (art. 7, comma 1), la protezione degli utenti dagli ostacoli lungo le piste “mediante l’utilizzo di adeguate protezioni degli stessi e segnalazioni della situazione di pericolo” (art. 3, comma 1, ult. parte, e art. 7, commi 1 e 2), il soccorso ed il trasporto degli infortunati in luoghi accessibili dai più vicini centri di assistenza sanitaria o di pronto soccorso (art. 3, comma 2).
I gestori sono infine dichiarati civilmente responsabili “della regolarità e della sicurezza dell’esercizio delle piste” (art. 4, comma 1) e sono tenuti, pena le sanzioni amministrative pecuniarie di cui al comma 2, nonché pena il mancato rilascio delle autorizzazioni per la gestione di nuovi impianti ovvero la sospensione di quelle già rilasciate, alla stipula di apposito contratto di assicurazione di r.c. “per danni derivabili agli utenti e ai terzi per fatti derivanti da responsabilità del gestore” in relazione all’uso delle aree sciabili attrezzate.
E, a proposito della responsabilità del gestore delle aree sciabili, le indicazioni di cui da ultimo, unitamente alle altre cennate novità introdotte dalla l. n. 363/2003, non possono non averne influenzato i confini (l’estensione), la natura, il regime.
La recente legislazione regionale nel definire il concetto di area destinata allo sci fa riferimento ad “un ambito territoriale soggetto a prevalente innevamento naturale in cui si realizza un insieme di piste da fondo e/o discesa e di impianto a fune tra loro integrati”(art. 1 legge reg. 13.12.1993 n. 93 Regione Toscana). La riconducibilità della fase di risalita e discesa ad un unico quadro giuridico è la via seguita nel Disegno di legge n. 144 del 02.10.2000 della Giunta della Regione Piemonte sulla disciplina delle aree sciabili e dalla L.R. Valle d’Aosta 12.03.1999 n. 9 (in RDSp, 1992, 768 ss.) il cui art. 3, comma 3, dispone che hanno titolo per presentare la domanda di classificazione delle piste, per ciò che concerne le c. d. piste di discesa, “il gestore degli impianti di trasporto a fune posti a servizio delle piste stesse”. Volendo fornire un panorama della situazione legislativa regionale in materia, si ricordano gli interventi normativi in Trentino Alto Adige, prima regione a dotarsi di una disciplina ad hoc in materia di piste da sci, seguita dal Veneto (1975), Lombardia (1975), Abbruzzo (1982), Lazio (1983), Molise (1984), Piemonte (1989), Friuli Venezia Giulia (1991), Valle D’Aosta (1992).
Altri ancora hanno chiarito il rapporto tra fase di risalita e di discesa con il ricorso alla presupposizione (Carbone V., Il ciuffo d’erba della pista Sestriere n. 8, in DResp., 2001, 375), od individuando una condizione implicita nel senso che la conclusione del contratto di risalita implica come presupposto inespresso, ma comune ad entrambe le parti, che il biglietto si paghi non solo per salire, quanto per poter poi scendere con gli sci ai piedi. Ciò comporta secondo un’interpretazione del contratto improntata a correttezza e buona fede, l’obbligo del gestore di approntare idonee piste per le discesa condizionando, tutto ciò, la determinazione del soggetto alla conclusione del precedente contratto di risalita.
Le sciovie costituiscono strumenti indispensabili per il funzionamento di strutture sportive (quali le piste da sci) ed anche per le strutture ausiliarie allestite dai Comuni per finalità di incremento turistico e di sviluppo economico. Risultano funzionali agli interessi dell’intera collettività comunale, pertanto, il servizio di trasporto esercitato per mezzo di esse, va considerato come urbano e pubblico con conseguente esenzione ai fini fiscali (Cass. 06.07.1992, n. 8224, CTC, 1992, II, 2148).
Quindi, mentre per la fase di risalita si applicherebbe la disciplina dell’art. 1681 c. c., per la fase di discesa si ritiene possa individuarsi un contratto collegato al contratto di trasporto ed afferente alla sola fase di discesa, che non potrebbe essere ricondotto ad un autonomo e separato rapporto contrattuale, e per il quale troverebbero applicazione i principi dell’art. 1218 c. c. (Tranquilli Leali R., Il contratto di trasporto a fune, in Dai tipi legali ai modelli sociali nella contrattualistica della navigazione, dei trasporti, del turismo, Giuffré, Milano, 1996, 269).
D’altra parte non è pensabile che la somma per l’acquisto dello skipass comprenda solo il corrispettivo di un contratto di trasporto.
Seppure il prezzo venga formalmente pagato soltanto per il trasporto, è proprio la discesa che funge da polo catalizzatore per l’utenza e dà ragione di tale pagamento (Chiné G., op. cit., 577).
Quindi grava sul gestore l’obbligo di mantenere le piste in buono stato, in modo da non esporre gli utenti a pericoli maggiori di quelli normalmente connessi a quelle che sono le ineliminabili difficoltà presentate dalla pista stessa, alle quali lo sciatore accetta volontariamente di sottoporsi, ritenendo di avere una livello di esperienza tale da poterle affrontare (Trib. Pinerolo 18.10.2001 n. 507, DR, 2002, n. 1, 75). Si configura, quindi il concorso di colpa del danneggiato (art. 1227 c.c.) quando l’utente, a conoscenza degli avvallamenti e delle anomalie presentati dalla pista, non si sia astenuto dal servirsi di un impianto difficile per la risalita (App. Torino 28.04.1993, GM, 1994, 279).
La caduta di uno sciatore, anche se dovuta ad imperizia o imprudenza di quest’ultimo, non è evento imprevedibile od eccezionale. Ne consegue che il gestore di un impiantosciistico risponde, a titolo di concorso col danneggiato, dei danni alla persona subiti da uno sciatore caduto e finito fuori pista, qualora la caduta stessa sia stata concausata dalle condizioni della pista (nella specie, la Corte ha ritenuto responsabile nella misura del 50% il gestore della pista che aveva omesso di apporre una recinzione ai lati della pista, così non impedendo che uno sciatore, caduto per propria imperizia, scivolasse fuori della pista cadendo in un dirupo). (App. Torino, 05. 07. 1997, RGCT, 1998, 500).
Secondo una parte della giurisprudenza il fornitore del servizio, quindi, in definitiva si pone rispetto agli utenti dello stesso in una vera e propria posizione di protezione in quanto il contratto di ski – pass costituisce un contratto atipico in forza del quale, dietro corresponsione di un certo corrispettivo commisurato alla durata del contratto stesso, la sociètà gestrice offre la possibilità di godere di servizi di risalita nonché di utilizzare le piste predisposte per la pratica dello sci, con l’obbligo di predisporre la segnalazione di fonti di pericolo, l’apposizione di segnaletica chiara e comprensibile, adozione di misure di protezione, la destinazione di piste riservate agli sciatori che desiderano compiere particolari evoluzioni sciistiche (Bona M., Contratto di ski-pass e obblighi del gestore delle piste, in DResp, 2002, 82). Pertanto, costituendo ciò l’oggetto del contratto, la società che fornisce questi servizi non deve necessariamente solo limitarsi a mettere a disposizione gli impianti di risalita e le piste di discesa, ma anche attrezzare e mantenere gli stessi in modo tale da consentire agli utenti di poterne fruire e di poterlo fare in modo sicuro (Trib. Pinerolo 18.10.200 n. 507, DR, 2002, n.1, 75). Non tutti condividono quest’opinione e difendono strenuamente l’autonomia della fase di risalita dalla successiva fase di discesa: le concrete modalità di effettuazione della discesa, rientrano nella sfera dei motivi, che hanno indotto lo sciatore all’acquisto dello skipass, ma che in quanto tali, hanno rilevanza negoziale solo in casi eccezionali (Gazzoni F., 2001, Manuale di diritto privato, Esi, Napoli, 810. Cass. 20.11.1992, n. 12401, GC, 1993, 174). Si è contestata l’esistenza di un rapporto di presupposizione tra i due fenomeni della salita con sciovia e della discesa su pista (Cavani R., 1992, Contratto di trasporto a fune e gestione di piste da sci: profili di responsabilità contrattuale ed aquiliana per danni da incidente sciatorio, in DT, 588). E’ da escludere che si possa parlare di rapporto contrattuale tra gestore ed utente nella fase di discesa, in quanto la messa a disposizione della pista né implica un proseguimento del contratto di trasporto di risalita, né forma oggetto di un autonomo ed ulteriore accordo tra le parti (De Bassa S., 1989, In tema di responsabilità del gestore di impianti di risalita e di tutela dell’utente, in RGCT, 768). Una volta a monte l’utente scende in base ad una sua autonoma determinazione, secondo le modalità che preferisce assumendone il relativo rischio. Non essendo possibile a priori stabilire se il soggetto una volta salito intenda scendere con gli sci, con lo snowboard, con lo stesso mezzo di risalita o fermarsi durante il percorso, non è possibile individuare un collegamento funzionale tra due fasi distinte, quindi manca un accordo esplicito che implichi il mantenimento di precisi obblighi del gestore (De Bassa S., op. cit., 267).
La discesa rappresenta una fase chiaramente ultronea rispetto alla salita, e nel corso della quale il vettore non avrebbe alcuna possibilità di incidenza o controllo, concretandosi in un’attività dello sciatore con mezzi propri e condotta autonoma (Cavani R., op. cit.).
Di conseguenza per gli incidenti che si verificano nella fase in cui l’utente scende da monte a valle, non può essere ravvisata la responsabilità contrattuale del gestore dell’impianto giacché “il contratto stipulato con il gestore riguarda il servizio a monte con il mezzo meccanico, ma certamente non può estendere i suoi effetti alla successiva discesa effettuata dallo sciatore, quindi con autonoma determinazione e condotta,….la risalita con il mezzo meccanico e la discesa con gli sci non costituiscono elementi interdipendenti costituenti un’unità funzionale” (Trib. Torino 23.04.1987, RDS, 1988, 264; RGCT, 1989, 762).
Per cui poiché gli obblighi di cura e manutenzione delle piste, in realtà, non discendono da un rapporto di tipo contrattuale, ma sono prescritti da apposite normative regionali, non è possibile ravvisare una responsabilità contrattuale del gestore per l’infortunio occorso in fase di discesa (Chiné G., op. cit., 2138; De Bassa S., op. cit., 767). Il gestore di un impianto sciistico ha l’obbligo di predisporre una segnaletica adeguata della pista al fine di rimuovere eventuali situazioni di pericolo da parte degli utenti. Deve pertanto riconoscersi il nesso di causalità fra la condotta omissiva del gestore stesso, e la morte di uno sciatore fuoriuscito di pista a causa di tali mancate indicazioni (Pret. Aosta, 24.12.1993, GM 1994, 315).
Va affermata la responsabilità del gestore dell’impianto di skilift per il danno riportato dall’utente il quale, in corrispondenza d’un dosso ghiacciato e non spianato, abbia perso l’equilibrio e, caduto a terra, sia rovinato a valle urtando contro un altro pilone dell’impianto, non dotato di protezioni idonee ad attutire le conseguenze di eventuali e prevedibili scivolamenti degli utenti lungo il percorso dello skilift.(Trib. Trento, 09.06. 2001, GM, 2001, 1311).
E’ pur vero però che la diligenza richiesta dall’art.1681 c. c. non può tradursi nella pretesa di piste da sci totalmente prive di insidie, anche perché cunette e pendenze costituiscono un aspetto irrinunciabile di chi ama questo sport. Tuttavia un conto è il rischio cui lo sciatore si sottopone accettando la possibilità di verificazione di un evento lesivo (ad esempio le cadute), pur sempre in agguanto in questo tipo di sport, un altro discorso invece si pone per il rischio atipico, difficilmente riconoscile, quale quello di trovare per esempio un ampio tratto di pista non coperto di neve e non segnalato dal gestore.
Tuttavia più di recente la dottrina e la giurisprudenza, contestando l’applicabilità della disciplina del trasporto oneroso alla risalita su skilift, esclusa l’applicazione dell’art. 1681 c. c., hanno ritenuto che la diligenza del gestore nella prestazione possa essere valutata sulla scorta dei principi di cui all’art. 1176 c. c.
La sicurezza dell’utente non può essere subordinata ad esigenze organizzative dettate dalla carenza di personale. In particolare la Suprema Corte ha ritenuto responsabile il gestore della sciovia per non aver proceduto sistematicamente al riassetto della pista, in quanto il proprio personale era impegnato ad evitare che si formasse una coda alla stazione di partenza violando quel dovere di diligenza che deve essere alla base di ogni professionalità (App. Torino, 28.04.1993, GM, 1994, 279).
Si è sostenuto che possa scaturirne una responsabilità contrattuale di fatto o da contatto sociale, ma si obietta che in realtà la violazione di questi obblighi è per lo più ricondotta alla responsabilità extracontrattuale (Cass. 02.02.1983 n. 98, MFI, 1983, 178 ss).
La responsabilità del vettore per la fase di discesa è solo quella dell’art. 2043 c. c. in quanto il danno subito da uno sciatore, pur in occasione dell’adempimento di un precedente rapporto obbligatorio, quale il contratto di trasporto, è conseguenza di un dovere da considerarsi eterogeneo rispetto al contenuto dell’obbligazione relativa al trasporto di risalita (De Bassa S., op. cit., 768).
Si ammette generalmente il concorso di azioni contrattuale ed extracontrattuale per cui alla responsabilità contrattuale a carico del vettore, si affianca una responsabilità di natura extracontrattuale facente capo al gestore per i danni cagionati allo sciatore (Silingardi G., Riguzzi M. e Gragnoli E., op. cit., 83).
La responsabilità dell’ausiliario
La giurisprudenza si è pronunciata anche sulla responsabilità dell’ausiliario, più precisamente si è cercato di stabilire se ed entro quali limiti questi sia tenuto a collaborare con il trasportato aiutandolo a salire sul mezzo in corsa, oppure se un suo intervento sia necessario solo in caso di necessità.
È ravvisabile una responsabilità extracontrattuale ex art. 2049 c. c., nel caso in cui i dipendenti addetti agli impianti di risalita non tengano un comportamento conforme alle loro mansioni. (Nella fattispecie l’addetto alla stazione di risalita dell’impianto leggeva il giornale anziché aiutare i passeggeri a salire sulla seggiovia). (Trib. Bolzano, 22.05. 1987, RCP, 1988, 487).
Il vettore ed i suoi ausiliari debbono mettere in atto ogni cautela, sia normativamente prescritta, sia consigliata dalla specifica situazione in cui il trasporto stesso è effettuato (Cass. 27.10.1993, n. 10680, GC, 1994, I, 700).
Nel trasporto eseguito a mezzo di seggiovia, qualora non si possa imputare al vettore l’omesso controllo della regolare salita degli utenti sul mezzo e non sussistano le condizioni che, in base alle norme del regolamento ministeriale disciplinanti il servizio, determinano l’obbligo di intervento da parte degli addetti all’impianto (fra le quali rientra l’esplicita richiesta di aiuto da parte del passeggero, – che, peraltro, deve, di regola, agire autonomamente, o l’evidente difficoltà in cui egli si trovi, condizioni nella specie secondo l’incensurato accertamento del giudice di merito, non ricorrenti) va esclusa la responsabilità, anche extracontrattuale del vettore, per il danno subito dal passeggero in conseguenza dell’urto con il sedile del mezzo, all’inizio della risalita, non sussistendo, al di la delle menzionate ipotesi, un obbligo giuridico del vettore di attivarsi per evitare eventi pregiudizievoli all’utente e in particolare non configurandosi in base alle predette norme regolamentari un dovere di intervenire per rallentare la corsa del mezzo nel momento in cui i passeggeri si apprestano a salirvi. (Cass. 23.02.1998, n. 1936, C, 1998, 484).
La giurisprudenza ipotizza la sussistenza di una posizione di garanzia dell’addetto agli impianti di risalita nei confronti dell’integrità fisica del trasportato, facendone derivare una responsabilità per culpa in omittendo.
Sussiste inoltre un’omissione colposa da parte del manovratore che ha ordinato la rimessa in moto dell’impianto, senza accertare se, nella situazione di fatto, sussistessero ancora sufficienti condizioni di sicurezza nell’agganciamento delle cabine che erano regredite sullafune (Trib. Aosta, 19.12.1985, RDSp, 1985, 601).
Si considerino inoltre i profili di responsabilità del gestore per l’omessa vigilanza sull’operato dei propri dipendenti o per l’eventuale delega di funzioni in materia di sicurezza degli impianti.
Il gestore di una pista da sci risponde dei danni cagionati dalla condotta negligente posta in essere dai propri dipendenti sul presupposto di non avere impedito a costoro di creare, nell’esercizio delle loro incombenze, una situazione di prevedibile pericolo per gli sciatori (Trib. Pinerolo 18.10.2000 n. 507, DR, 2002, n. 1, 75).
In materia di delega di poteri e obblighi da parte dell’imprenditore ad un suo dipendente, con conseguente sostituzione e subentro del delegato nella posizione che fa originariamente capo all’imprenditore, è necessario che l’atto di delega sia espresso, inequivoco, certo ed investa persona che non solo sia tecnicamente capace, ma che sia anche dotata delle necessarie cognizioni tecniche e dei relativi poteri decisionali e di intervento (fattispecie nella quale è stata riconosciuta la responsabilità del direttore generale di una società di gestione di impianti di risalita da sci, delegato dal Presidente della medesima per la prevenzione di infortuni, per omicidio colposo di uno sciatore andato ad urtare contro un pilone della funivia non adeguatamente rivestito di materiale protettivo nonostante la sua collocazione sul tracciato di una pista da sci regolarmente battuta e aperta per decisione dell’imputato) (Trib. Sondrio, 23 ottobre 2000, FA, 2001, 166).
Onere della prova dell’utente della sciovia
Per quanto concerne gli incidenti accaduti durante la fase di discesa è discussa l’applicabilità dell’art. 1681 c. c. si ritiene di regola applicabile il regime ordinario della responsabilità per inadempimento (art. 1218 c.c.), mentre è fatta comunque salva l’esperibilità dell’azione di responsabilità aquiliana secondo cui il danneggiato ha l’onere di provare il fatto lesivo, il danno, il nesso di causalità, la colpa o il dolo del gestore (art. 2043 c.c.).
In entrambi i casi si tratta di un non facile onere probatorio che grava sul danneggiato, per via della modificabilità dello stato dei luoghi e soprattutto per la carenza di una normativa che ponga specifici obblighi protettivi in capo al gestore, rendendo possibile configurare la responsabilità per condotta omissiva, qualora il gestore si sia astenuto dal predisporre le misure di sicurezza che avrebbe dovuto adottare e la cui previsione in norme giuridiche, consenta di equiparare il non impedire l’evento al cagionarlo (Chiné G., 1995, Con la neve alta così: sci, impianti di risalita e responsabilità civile, in RDSp, 581).
La vittima quindi dovrebbe, di fatto, dimostrare la colpa del gestore e viene posta in una non facile situazione probatoria.
Mentre nel contratto tipico di trasporto la colpa del vettore è presunta per legge, qui dovrà venire puntualmente provata dal danneggiato con un inversione dell’onere della prova (Giudiceandrea U., 1982, La responsabilità civile e penale del gestore degli impianti di risalita, in RDSp, 307).
Sono state evidenziate le difficoltà probatorie cui va incontro il danneggiato:
Data la difficoltà di individuare la causa efficiente dei danni subiti dal trasportato in eventi che si svolgono in pochi attimi ed in condizioni che lasciano poco spazio alla possibilità di accertamento postumo, anche per la mutevolezza dei luoghi. Per il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi i danni riportati a seguito di incidenti sciistici, sono conseguenza non di uno solo, ma di una serie di eventi traumatici che si susseguono gli uni agli altri senza che sia possibile, a posteriori, ricostruire, con un buon grado di certezza, la sequenza causale (Del Corso S., Contratto di utenza di sciovia, in GM, 1994, 281).
L’indirizzo giurisprudenziale più recente esclude che si possa applicare la presunzione di cui all’art. 1681 c. c., nei confronti del gestore, in quanto non si potrebbe accollare a quest’ultimo il rischio di incidenti che si possano verificare nello svolgimento di un’attività che questi non controlla completamente, essendo necessaria la collaborazione fattiva dell’utente. Secondo alcuni per evitare che l’onere della prova del danneggiato si trasformi in una probatio diabolica, si potrebbe apportare un correttivo alla ripartizione dell’onere della prova ponendo a carico del trasportato, come avveniva per il trasporto ferroviario prima della novella del 1977, l’onere di provare che il danno è dovuto all’anormalità del servizio (Del Corso S., op. cit., 281).
Quindi si è ipotizzato il ricorso ad un’applicazione attenuata dell’art. 1218 c. c., con prova a carico del debitore ma con l’onere del danneggiato di dimostrare l’anomalia del servizio (Masala L., 1998, Trasporto per seggiovia e responsabilità del gestore dell’impianto, in Contr, 487).
Al fine di facilitare l’onere probatorio del danneggiato, altrimenti particolarmente gravoso, si è prospettato il ricorso alle forme speciali di responsabilità di cui agli artt. 2050, 2051 e 2054 c.c..
Si è affermato che in termini contrattuali incombe sul gestore l’onere, ex art. 1218 c. c., di provare l’impossibilità oggettiva della prestazione, individuandone la causa precisa a lui non imputabile. In termini extracontrattuali, posto che il gestore di aree sciabili è custode delle piste nel momento in cui vi eserciti un potere di controllo, e che anche una pista da sci, benché priva di un proprio dinamismo, può trasformarsi in cosa produttiva di danno, ai sensi dell’art. 2051 c. c., incombe sul danneggiato dimostrare, alla stregua del consueto criterio della normalità statistica, che tra la cosa ed il danno vi sia il rapporto di causalità, mentre grava poi sul custode una prova liberatoria particolarmente onerosa, identica a quella attribuita dall’art. 1218 c. c., costituita dal caso fortuito (Trib. Bolzano, 21.05.2007 in RCP 2008, 4 905, nota Vernizzi).
Sia la ricostruzione della responsabilità del gestore di aree sciabili attrezzate in termini di responsabilità contrattuale sulla scorta del contratto atipico di “skipass”, sia di quella diversa extracontrattuale ex art. 2051 c.c. per cosa in custodia, una volta accertato il nesso causale tra il danno e la violazione, da parte del gestore, di un suo obbligo di messa in sicurezza della pista, attribuiscono a tale soggetto l’onere della prova liberatoria (Trib. Bolzano, 21.05.2007, in RCP 2008, 4 905. Cass. civ., 10.02.2005, n. 2706, in DResp., 2005, 837 ss., con commento di M. Calabrese, La “doppia” natura della responsabilità del gestore di una pista da sci, secondo cui “il gestore di una pista da sci ne è custode ed è a tale titolo oggettivamente responsabile per tutti i danni ricollegabili alla presenza sulla stessa di ostacoli, a meno che non fornisca la prova rigorosa del caso fortuito, comprensivo anche dell’imprevista ed imprevedibile condotta colposa del danneggiato”. In precedenza si segnalano alcune “isolate” pronunce della giurisprudenza di merito: Trib. Modena, 12 novembre 1990, cit., per il quale “è configurabile nei confronti del gestore di impianti di risalita sciistica, che abbia il compito di svolgere la manutenzione delle piste, una responsabilità da cosa in custodia”; così anche la pronunzia inedita di Trib. Pinerolo, 2 aprile 1999, citata da Bona, Contratto di ski-pass e obblighi del gestore delle piste, cit., 82-83, che pare rinvenire una responsabilità del gestore ex art. 2051 c.c. anche in relazione agli impianti di risalita).
Una recente pronuncia della Suprema Corte (Cass. civ., 6 febbraio 2007, n. 2536, GC, 2007, 1344), pur riconoscendo il gestore quale custode delle piste ed affermando la (astratta) applicabilità del regime di cui all’art. 2051 c. c., ha sottolineato che “la responsabilità del custode (…) è esclusa in tutti i casi in cui l’evento sia imputabile ad un caso fortuito riconducibile al profilo causale dell’evento, e, perciò, quando si sia in presenza di un fattore esterno che, interferendo nella situazione in atto, abbia di per sé prodotto l’evento, assumendo il carattere del c.d. “fortuito autonomo”, ovvero quando si versi nei casi in cui la cosa sia stata resa fattore eziologico dell’evento dannoso da un elemento o fatto estraneo del tutto eccezionale (c.d. “fortuito incidentale”), e per ciò stesso imprevedibile, ancorché dipendente dalla condotta colpevole di un terzo o della stessa vittima”: il Supremo Collegio giudicava, nella specie, di un caso in cui uno sciatore aveva urtato contro un casotto in muratura per il ricovero del trasformatore dell’energia elettrica necessario ai motori dell’impianto di risalita, situato in prossimità della pista, ed aveva escluso la responsabilità del gestore in considerazione della incidente efficienza causale della condotta imprudente della vittima, che non aveva provveduto a regolare la velocità nonostante le condizioni dei luoghi e la presenza di numerosi sciatori.
Tuttavia si è contestata la possibilità di considerare l’attività sciistica come attività pericolosa (lo diventa solo quando venga esercitata a livello agonistico) in quanto, in realtà, sono pericolose solo quelle attività che vengono considerate tali dalle leggi di pubblica sicurezza, da altre leggi speciali, o quelle che comportino la rilevante possibilità di provocare danno a terzi a causa della loro spiccata capacità offensiva. Tuttavia talvolta si confonde la nozione di attività in sé e per sé pericolosa, con quella di condotta pericolosa. Anche se lo scii è causa di molti incidenti, non supera quella soglia di pericolosità che permette il passaggio al parametro normativo dell’art. 2050 c. c.: la pericolosità dipende dalla condotta dello sciatore, da suoi errori o da omissioni del gestore nei cui confronti si potrà agire ex art. 2043 c. c. (Chiné G., op. cit., 584. Bona M., op. cit., 83).
Si è esclusa anche una responsabilità extracontrattuale dello stesso gestore ex art. 2050 c. c., qualora si sia accerti che la situazione dei luoghi, nei pressi dell’arrivo della seggiovia non presentava alcuna insidia e l’infortunio era stato, pertanto, causato dall’imperizia dello sciatore (Trib. Torino, 23.04. 1987, RGCT, 1989, 762; Trib. Trento 9.6.2001, GM, 2001, 1311, Cass.15.02.2001, n. 2216, DR, 2001, 372).
Tuttavia si segnala un’isolata opinione secondo la quale: l’attività di gestione di un impianto di skilift, poiché trae benefici economici da un’attività pericolosa qual è lo sci, non può che considerarsi attività anch’essa pericolosa alla stregua del principio cuius commoda et eius incommoda. Tant’è vero che gli esercenti gli impianti di risalita sono assicurati contro gli infortuni che si possono verificare in danno dei propri utenti: da questo discende l’applicabilità alla fattispecie in oggetto dell’art. 2050 c. c. (Del Corso S., op. cit., 282).
Un altro orientamento, peraltro minoritario, ha cercato di tutelare le ragioni dei soggetti che abbiano subito danni sulle piste da sci, ricorrendo alle presunzioni di colpa del vettore di cui agli artt. 2054 c. c. Tuttavia la giurisprudenza e la dottrina (Chinè G., op. cit., 585) escludono che le piste possano equipararsi alle strade aperte al traffico veicolare, o che gli sci possano considerarsi dei veicoli senza guida di rotaie (Cass. 1987, n. 6603, RDS, 1988, 394).
Per veicolo deve intendersi ogni mezzo di trasporto guidato dall’uomo: la relativa nozione, pur non esaurendosi in quella delineata dal codice della strada, non comprende gli sci, i quali costituiscono semplici attrezzi per scivolare sulla neve che, al pari degli slittini sulle piste ghiacciate e dei pattini a rotelle sulle strade o di altri strumenti analoghi, vengono generalmente utilizzati come mezzi da diporto o sportivi (App. Milano, 26.02. 1993, RCP, 1995, 770, nota Morandi). Il danno prodotto dal distacco, e dalla conseguente caduta al suolo, della cabina di una funivia, non è assimilabile a quello prodotto dalla circolazione di veicoli, e pertanto il relativo diritto al risarcimento si prescrive non già in due anni, ex art. 2947 comma 2 c. c., bensì in cinque anni, a norma del comma uno dello stesso articolo (Cass. sez. III, 15.01.1979, n. 299, GCM, 1979, 139).
Infine si è ipotizzata la responsabilità del gestore per cose in custodia (Trib. Modena 12.11.1990, DT, 1992, 579 ss.; Contra, Cass.15.02.2001, n. 2216, DR, 2001, 372). Tuttavia va chiarito che due sono i profili interpretativi fondamentali della questione: si tratta di chiarire se il soggetto responsabile debba essere in via esclusiva il proprietario, oppure anche colui che sulla cosa eserciti un potere di vigilanza e controllo; bisogna, infine, stabilire se l’applicazione della norma in questione debba essere circoscritta alle sole ipotesi di danno derivato dalla cosa, ovvero estesa anche ad ipotesi in cui la cosa sia servita solo quale strumento mediato dell’azione dannosa. Alcuni autori aderendo alla interpretazione restrittiva della norma, ne hanno escluso l’applicabilità nei confronti del gestore della pista ritenendo necessario che il danno venga prodotto dalla cosa stessa perché la medesima sia suscettibile, per propria intrinseca natura, di produrlo o perché in essa siano insorti agenti dannosi eteronomi. Altrimenti tutte le volte che nell’azione dannosa interviene l’uso di una cosa, non potrebbe applicarsi l’art. 2043 c. c., bensì necessariamente l’art. 2051 c.c.
In ultima analisi, l’art. 2051 c.c. richiede la sussistenza di un rapporto eziologico tra la cosa ed il danno che il terzo assume di aver riportato: deve, cioè, trattarsi di un collegamento di causa ad effetto diretto, e non già un rapporto di occasionalità necessaria (Cavani R., op. cit., 586).
La non necessità che il custode eserciti sulla cosa un potere giuridicamente qualificato nei termini di un diritto reale o obbligatorio, potendo il relativo potere consistere in una situazione di mero fatto, purché caratterizzata da una disponibilità non occasionale della cosa in capo a chi se ne assuma custode, giustifica l’applicabilità dell’art. 2051 c. c. nei confronti del gestore delle piste. Questo requisito ricorre con assoluta evidenza considerando la stretta ed ineliminabile inerenza funzionale esistente tra impianti e terreni su cui si pratica lo sci (Trib. Pinerolo, 02.04.1999, n. 86).
La prova liberatoria del vettore
Secondo orientamenti consolidati consiste nel provare di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno, anche in relazione a situazioni particolari in cui si svolga il trasporto per esempio nel caso in cui i viaggiatori si trovino nell’impossibilità di cooperare al buon esito del trasporto adottando le cautele d’uso. La giurisprudenza esige dal vettore, nei casi in cui la legge richiede di aver adottato tutte le misure idonee per evitare il danno, l’individuazione della causa specifica produttiva del danno, con la conseguenza di gravare il vettore dell’obbligazione risarcitoria nell’ipotesi di danno derivante da causa ignota.
In tal caso la configurazione di una responsabilità oggettiva assoluta o relativa, è stata sostenuta in dottrina anche facendo riferimento all’emersione, nella recente legislazione a tutela del consumatore, di forme di responsabilità oggettiva per rischio d’impresa, accogliendo modelli elaborati nell’ambito della responsabilità aquiliana ma estensibili a fattispecie contrattuali qualificate da una dimensione imprenditoriale (Mastrandrea G., L’obbligo di protezione nel trasporto aereo di persone, Cedam, Padova, 44; Trimarchi P., 1961, Rischio e responsabilità oggettiva, Giuffrè, Milano, 30; Bianca C. M., 1990, Diritto civile, 4, L’obbligazione, Giuffrè, Milano, 528).
La responsabilità copre tutti gli inadempimenti dovuti a cause interne all’organizzazione del debitore, e quelli dovuti a cause esterne che non abbiano natura eccezionale (Mastrandrea G., op. cit., 47).
La diligenza qualificata del vettore va verificata in concreto anche in relazione al mezzo di trasporto impiegato.
Una parte della giurisprudenza di merito stravolgendo gli orientamenti consolidati in tema di responsabilità del vettore ha adottato una nozione di sinistro piuttosto limitata, ricomprendendovi solo quegli eventi riconducibili ad anomalie del trasporto, escludendo che possa essere considerato tale qualunque evento dannoso verificatosi durante il trasferimento da valle a monte. Seguendo questo iter argomentativo, si è ritenuto che la prova liberatoria del vettore potesse consistere nel dimostrare che il sinistro che aveva colpito la persona del viaggiatore, non fosse ascrivibile ad anomalie o difetti di funzionamento degli impianti a fune (Trib. Aosta 05.12.1980 cit.).
Per esempio nel caso di trasporto su mezzi di risalita in continuo movimento quali funivie, o mezzi che si fermano alle stazioni di partenza e di uscita per fare salire e scendere gli utenti – sciatori quali seggiovie, ovovie e bidonvie, la responsabilità del vettore sorge con la prima presa di contatto materiale del passeggero con il veicolo in moto, e siffatta responsabilità permane per tutta la durata del trasporto e prima della cessazione degli effetti residui del moto impresso dal mezzo, risultando sussistente la responsabilità del vettore non solo quando il sinistro sia avvenuto a causa del trasporto, ma anche quando esso si sia verificato semplicemente in occasione dello stesso. (Cass. 23.5.1997 n. 4607, RCP, 1998, 91).
Al contrario parte della giurisprudenza di merito avrebbe così ribaltato l’inversione dell’onere della prova previsto dall’art. 1681 c.c. (Chiné G., op. cit., 563).
Tuttavia la Cassazione ha smorzato l’indirizzo interpretativo poc’anzi criticato che aveva fatto coincidere la prova liberatoria del vettore, nella dimostrazione dell’assenza di anomalie nel funzionamento degli impianti (Cass. 13.01.1993, n. 356, RDS, 1993, 741).
La prova liberatoria del vettore è raggiunta identificando positivamente la causa specifica del danno in tutti i suoi aspetti, ed in particolare nella sua natura estranea alla sfera debitoria (Iannuzzi M., 1970, Del Trasporto, in Comm. cod. civ. a cura di Scialoja e Branca, 2a ed., Zanichelli-Il Foro italiano, Bologna e Roma, 95).
In realtà la causa non imputabile al vettore è tale solo alla condizione che questi sia in grado di dimostrarne l’esistenza provando che il fatto con alta probabilità è imputabile al caso fortuito, al fatto del terzo o dello stesso.